lunedì 21 marzo 2016

Bracciatelli romagnoli...o brazadel


I bracciatelli, in dialetto "brazadel", fanno parte di una delle piu antiche tradizioni gastronomiche romagnole, e si collegano, sicuramente dal punto di vista etimologico, all'altra specialità romagnola molto conosciuta, la ciambella o zambèla, di cui ho parlato qui e di quella emiliana, la  brazadèla, di cui ho ampiamente parlato qui. Nelle cronache romagnole medievali, si parlava, riferendosi a dolci semplici a forma di ciambella col buco, di "bracidellus" ( da cui il termine dialettale "brazadel") in lingua tardo latina, e molti, compreso mio padre, ricordano benissimo gli ambulanti che alle fiere di paese tenevano queste ciambelle inanellate in grossi bastoni o addirittura infilate nel braccio. Dai ricordi raccolti è chiaro che si trattava di prodotti piuttosto rustici, affatto dolci, preparati probabilmente con sola farina acqua sale e poco strutto, probabilmente passati al forno dopo una breve bollitura in acqua. All'epoca lo zucchero non era economico, come pure  i grassi e le uova, tutte aggiunte che hanno trasformato la ricetta dei bracciatelli di oggi in biscotti dolci, croccanti, adattissimi all'inzuppo nel latte e nel vino, e sicuramente non trasportabili a braccio e conservabili come i loro antenati.
Ricettari romagnoli della metà dell'ottocento, raccontano di bracciatelli più grandi, impastati ancora con semplice farina, lievito madre ( e più avanti lievito di birra), strutto e sale, cotti al forno a legna, spesso quello comune del paese, da mangiare, dopo la benedizione, insieme alle uova sode, la mattina di Pasqua a colazione. In questo caso si tratta sicuramente di un prodotto lievitato, usato a mo' di pane in occasione di questa festività.
Insomma bracciatello, o in romagnolo, brazadel, indicava, ed indica tutt'ora una ciambella col buco, cotta in vari modi e via via nel tempo arricchita fino a cambiare addirittura sapore,  profumo e consistenza; da quella di semplice pane a quella di biscotto.
Dall'avvento dei dolcificanti, del miele prima e del più costoso zucchero poi, questi dolci diventano prodotti beneauguranti, che allieteranno le tavole in occasioni speciali, come battesimi, cresime, o più spesso da portare in regalo alla puerpera, in dialetto romagnolo, l' impajeda", alla quale si doveva portare un bel "panìr ad bradadél"( un bel paniere di bracciatelli) fatti con "ova, zucchero e ben lavorati", con in cima un brazadel più grande da portare in dono al parroco.
Quest'ultimo tipo di bracciatelli sono una sorta di biscottoni rustici, di gusto semplice e genuino, come tutti i dolci romagnoli, adattissimi da intingere nel latte o nel vino. Il sapore è simile a quello della ciambella, ma in versione biscotto.
Questi genere di dolci sono molto comuni in tante parti d’Italia…pochi giorni fa, di passaggio a Venezia, ho visto in molte vetrine di pasticcerie dei bellissimi “bussolani”, guarda caso delle stesse fattezze dei bracciatelli romagnoli.
di bracciatelli romagnoli ne ho assaggiati parecchi e sono convinta che i migliori  sono preparati con l'ammoniaca per dolci, tipico lievitante di questo genere di biscotti da inzuppo. Nulla vieta di utilizzare il classico lievito per dolci, ma il risultato sarà diverso, soprattutto per quanto riguarda la friabilità.


Ingredienti:

500 g di farina debole (0 o 00)
150  g di strutto o burro
3 uova intere
1 tuorlo
180 g di zucchero
10 g di ammoniaca per dolci (o una bustina di lievito)
2 cucchiai di liquore sassolino o altro liquore all’anice
scorza grattugiata di limone
un pizzico di sale

per finire

1 albume (quello avanzato dalla ricetta)
zucchero semolato q.b.


Fondete il burro, fatelo intiepidire ed aggiungetelo al resto degli ingredienti, impastando a mano o in planetaria. L’impasto deve avere la consistenza di una pastafrolla piuttosto morbida. Riponetela in frigo per un’ora o più. Modellate dei cilindri come si usa fare per gli gnocchi, lunghi 20 cm e spessi 1 cm, chiudeteli alle estremità e poneteli distanziati su una teglia rivestita di carta da forno.
Spennellateli con l’albume e cospargeteli di zucchero semolato.
Cuocete fino a doratura a 180°C con forno fessurato per permettere di far uscire l’umidità e l’odore di ammoniaca. Si conservano al riparo da umdità per parecchi giorni.


5 commenti:

  1. identici ai miei taralli napoletani di Pasqua,che delizia,grazie per la ricetta,felice sera

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    1. Ecco... come ho scritto è un biscotto tipico di molte regioni, cambia solo il nome!!

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    2. Ecco... come ho scritto è un biscotto tipico di molte regioni, cambia solo il nome!!

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  2. Io faccio spesso la brazadela, ma dovrò provare anche questi!!!!

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  3. A Trieste---> buzolài...Un po' più poveri e un po' in disuso,
    ma sempre quelli. Erano fatti nelle grandi occasioni, e regalati per esempio ai cresimandi. Ma se uno non si cresimava... infatti c'è un detto: chi no ga santoli, no ga buzolai.

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